“Tà metà tà physikà”: “le cose che stanno oltre le cose naturali”. Così Andronico di Rodi, nel I secolo a.C., ripartendone l’opera per la prima edizione critica definiva la raccolta eterogenea degli scritti di Aristotele che da allora va sotto il nome, appunto di Metafisica.

Sedotta dalla straordinaria pertinenza del neologismo, la filosofia se ne è subito innamorata e ne ha fatto una categoria dello spirito, una vera e propria teoria del desiderio teoretico. Il linguaggio comune, da parte sua, l’ha presa per come riusciva a capirla, aggrappandosi al suo senso più immediato di luogo ulteriore o superiore ed alla concretezza inoppugnabile dell’estensione materiale; quel che si dice monetizzare un’intuizione investendo nella solidità del mattone. L’oltre è diventato altro, un al di là risolto con una duplicazione dello spazio visibile e vivibile, un rimando topologico che addita oltre alla sfera meramente naturale conquistando una dimensione di senso, anche se a scapito di un’autonoma cogenza della realtà.

Metafisico alias trascendente, il non-luogo come archetipo della genesi infinita degli spazi, iperuranio peripatetico: l’ennesimo happening dell’Assoluto, insomma, seguendo i cippi posti sulla strada dallo Stagirita stesso, con quelle vertiginose pagine sulla Causa Prima e quella immagine del Divino come pensiero di pensiero che, più che un accenno, è un’istigazione al “deliquio metafisico”.

 

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